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COSTANZA SATTA

 

 

IL CORPO CROMATICO

a cura di Vera Agosti

6 maggio – 12 giugno 2021

 


Il colore ha un corpo. Può avere una consistenza pastosa e materica o può essere lieve e delicato. Che cosa succede, invece, quando il corpo ha i colori? Costanza Satta, che ama, all’occorrenza, sia il pennello, la spatola, sia l’utilizzo delle proprie mani, indaga questo interrogativo nella sua ricerca artistica. Il corpo, per lei inteso e vissuto come forma primaria, da cui scaturisce tutta la sua narrazione e la sua simbologia, è frantumato e parcellizzato, in più tinte perfette e bidimensionali. L’operazione richiama prassi cubiste e futuriste, per cui si elaborano una sfaccettatura e una scomposizione che analizzano l’oggetto nei suoi molteplici aspetti, pur conservando la purezza dei confini della sua silhouette. I colori caldi, giallo, arancio, rosso, o freddi, verde, blu, grigio, nero (Sopraelevazione, Orizzonte circolare, Esercizio, 2021) sono ridotti e naturalmente conferiscono il timbro e il tono dell’opera, sempre costruita con rigoroso equilibrio, attenzione per le proporzioni e studio dei pieni e dei vuoti. Ogni lavoro nasce da un disegno preparatorio e da una minuziosa analisi del colore e degli abbinamenti cromatici, che tuttavia non annulla la preferenza istintiva. L’opera Vicinanza del 2020 diventa uno splendido caleidoscopio, che richiama il rosone circolare di una Chiesa. I corpi di Costanza Satta, manichini senza identità di dechirichiana memoria, o volti anonimi nella loro misurata umanità, compendio di uno, nessuno e centomila visi, subiscono un’evoluzione verso il colore e l’astrazione geometrica, per cui il medesimo soggetto conosce più versioni differenti, spesso pressoché parallele nel tempo. Non esistono ombre e prospettiva in un desiderio di semplificazione, in cui i dettagli spariscono. L’amore e lo studio della matematica, che hanno sempre accompagnato l’artista, la portano a una tensione verso forme essenziali e geometriche. Questo processo di geometrizzazione tocca felicemente anche le nature morte o i paesaggi delle isole Eolie, che sono fonte di ispirazione. Le prime tele raffiguravano un solo soggetto principale, dai volumi poderosi, ed erano calate nell’eleganza del bianco e nero, come se il colore fosse troppo invadente e potesse distrarre dal contenuto della ricerca stessa. Alla base della poetica dell’artista, infatti, sta una visione olistica e taoista della vita, che la spinge a porsi i grandi interrogativi dell’esistenza, per cui una forma complessa non è data soltanto dalla somma delle sue parti più semplici, ma necessita di armonia. Fedele ai soggetti che sono gli inseparabili compagni del suo percorso e del suo fare artistico, la Satta tratta e sviluppa numerosi temi: l’eterno femminino (Perfezione al femminile), la donna angelo, la comunità, la solidarietà, il lavoro (Aratro a traino, 2015), l’amore (Affinità, Intimità), la maternità (Attesa) fino alla recente indagine sulle folle e le migrazioni. Non manca il riferimento alla mitologia classica con La danza di Pegaso. In Spirito di gruppo, la luce simbolica della speranza o della conoscenza rischiara i visi di un’umanità corale e raccolta. Nelle tele Migrazioni, Corpi stipati e Porto accoglienza del 2021 possiamo scorgere la prua di una nave occupata da una moltitudine di persone o ancora stive brulicanti di uomini e mani e mani che cercano salvezza. Sono anche gli androidi flessuosi di Mark Kostabi, senza volto e senza tempo, pop e surreali. Se gli omini bianchi dell’autore americano di origine estone osservano il mondo e le situazioni con disincanto e un pizzico di ironia, pur raccontando storie di solitudine e smarrimento, nei protagonisti della Satta è sempre presente una componente drammatica, data dal movimento e dalla torsione dei corpi, talvolta dalle espressioni dei visi e dalle scelte cromatiche. Pathos e pietas sono il motore del suo agire artistico. E’ un simulacro dell’umanità, che nell’assembramento (Maschera di corpi assembrati, Punto concentrico, 2021), tanto negato dalla pandemia che abbiamo conosciuto, trova invece per l’autrice la sua ragion d’essere e la sua principale fonte di esistenza. L’uomo è con gli altri e per gli altri. Non esiste individualismo, ma tutti sono nella stessa medesima fragile condizione, intrappolati nei confini di un quadro o su questa Terra. Aiutiamoci, diamoci una mano, perché il passaggio sia più lieve e felice. In questo momento storico particolare e difficile che il mondo sta vivendo, l’opera della Satta acquista una caratterizzazione empatica e simbolica di grande interesse. Oggi più che mai ne abbiamo bisogno per riscoprirci profondamente umani.

 

 

Le stagioni del risveglio

30 gennaio – 27 febbraio 2021

 

La mostra  nasce come provocazione a uno stato di emergenza etica e intende esplorare i sentieri umorali delle stagioni che si presentano invece come caratterizzazioni psicologiche legate al clima vivace e dinamico delle relazioni sociali. Alla visione crepuscolare dei lavori di Yoon Si Young si accostano i grigi invernali di Daniele Cestari per risolvere la trama del confronto nei colori accesi e primaverili di Marina Previtali. La successione del tempo si lascia guidare dunque dalle profondità evocative dei puri sentimenti che invitano il colore a vigilare sulla realtà critica, al risveglio della coscienza di fronte al nulla.

TARIK BERBER

 

SEVEN SISTERS

a cura di Andrea Dusio

15 ottobre – 21 novembre 2020

Il Riccardo III. Murder in the Cathedral, e le sue edizioni economiche con la cover rossa e nera. Il remake di “Suspiria” di Luca Guadagnino, e le musiche che ha preparato   Tom Yorke per il film, immerse in bicromie di colori fluo. Sono queste le suggestioni che accompagnano la visione dei teleri di “Seven Sisters”, ispirati al sobborgo di Tottenham prossimo a Victoria Lane, dove esiste un antico anello di piante storiche, forse risalente addirittura ai Celti, di certo riportato in una mappa del 1619, e dunque conosciuto per lo meno dall’inizio dell’età moderna. Pochi anni dopo lo storico William Bedwell riporta la notizia dell’esistenza in quel luogo di un antico noce, circondato da una serie di olmi, ciascuno dei quali sarebbe stato piantato in memoria delle sette sorelle, o forse delle sette figlie di Robert the Bruce, proprietario dei terreni nel XIV secolo. Il noce sembra sia stato tagliato nel corso del XVIII secolo, e quando a metà Ottocento venne creata l’arteria di collegamento tra Tottenham e Camden Road la sì chiamò Seven Sisters Road. Fu poi la volta della stazione dei treni e di quella della metropolitana, a consolidare il toponimo nella memoria dei londinesi. Le sette piante sono state rinnovate più volte, l’ultima nel 1996, quando a ripiantarle furono cinque famiglie locali, ciascuna delle quali aveva sette figlie. La ricchissima simbologia del numero sette, esistente anche prima delle grandi religioni politeiste, che l’hanno accolta e rielaborata, all’interno della nostra cultura laica rappresenta soprattutto il compimento o l’esaurimento di un ciclo. La personale di Tarik Berber coincide con il settimo inverno dal suo arrivo a Londra e con il primo trascorso a Milano, dove si è trasferito con l’intento di allacciare nuovi rapporti con il sistema locale dell’arte e di misurarsi con un contesto meno frammentario e vorticoso di quello londinese, “Seven Sisters” è a oggi il lavoro più ambizioso del pittore bosniaco. È per molto versi una serie dedicata al paesaggio, anche se l’alternarsi di figure femminili e maschili costituisce l’elemento iconico e narrativo ricorrente da un dipinto all’altro. Parlo di paesaggio e penso ad Albrecht Altdorfer e agli illustratori dei  Tacuina Sanitatis, alla sapienza botanica dei maestri tardo gotici e dei miniatori ricordati da Johan Huizinga ne “L’autunno del Medioevo”, ai disegnatori che accompagnavano le esplorazioni di Alexander von Humboldt e alle composizioni di Joris Hoefnagel. Tarik ha più a che vedere con ciascuno di essi che con la maniera di reinventare la pittura di paesaggio dei maestri contemporanei, da Morlotti al già citato Schifano. E la ragione di questa ascendenza lontana è nel modo in cui costruisce le immagini di straordinaria densità di queste tele, partendo da una serie di disegni che abbiamo deciso di esporre all’inizio della mostra, dai quali proviene la straordinaria texture grafica di queste tele, che si situano davvero a un punto d’intersezione sino a oggi inedito tra esplorazione di una maniera di reinventare l’incisione e pittura. Credo che molti di coloro che vedranno queste opere si soffermeranno soprattutto sullo scorrere sulle pareti del MAC di un formidabile fiume rosso, cercando di cogliere i cambiamenti continui del colore, che fanno pensare a una trasmutazione alchemica, e mi ricordano un testo cinematografico squisitamente consonante a questa mostra, quel “Cuore di Vetro” di Werner Herzog in cui un maestro vetraio perde il senno per arrivare al segreto del color rubino (e intanto ripenso alla meravigliosa monografica sui vetri degli Asburgo e degli Strasser vista a Schloss Ambras due estati fa). Ma se l’intensità e la modulazione tonale del colore colgono il carattere meditativo di questa produzione, realizzata per lo più a Zadar nel luglio/agosto del 2019, chi si avvicinerà alle opere, che in qualche caso abbiamo provato a comporre nei modi degli antichi polittici, tra “pala” centrale e scomparti laterali, potrà perdersi nell’osservazione lenticolare delle macchie di vegetazione, in cui ricorre la memoria di quei bassi arbusti tra cui giocava Tarik da bambino, e che lasciano attaccate agli abiti le loro inflorescenze, così che i bambini, lontano dalle madri, devono staccarle da soli una a una prima di tornare a casa la sera. È dunque la “Madonna del Krs” a rappresentare il cuore di questo ciclo, che porta il nome di un luogo londinese, ma è stato concepito nell’infuocata estate della Dalmazia, e comincia da quest’indimenticabile rosso, per come ci può apparire in una giornata di luce abbacinante, e termina con il “Il giovane Proust  osserva un quadro di Giovanni Bellini”, che è quasi un innesto figurativo di “Pop is not dead” nella cromia di “Seven Sisters”, a segnare la contiguità tra le due serie. Quell’estate contiene la memoria di sei inverni, e ho chiesto ad Alice Barale, studiosa di estetica che si è occupata di Warburg e di Benjamin, e che ha scritto della Melencolia di  Dürer, di dedicare un approfondimento al mood brumoso e malinconico che attraversa queste tele, e che a me le fanno sembrare il compimento di un periglioso Winterreise, che Tarik ha percorso senza cedimenti, marciando sotto la neve con la tempra di uno dei due ussari scavezzacollo che si sfidano ne “I duellanti”, mantenendo la sua fede nell’intensità e nella purezza dell’esperienza della pittura, come l’unico corpo a corpo con la vita e con la realtà possibile per un artista, mettendosi totalmente al servizio del colore, sino a concepire il disegno come una sorta di ricamo di precisione infinitesimale che si riconosce sotto le coltri dei suoi rossi, di sole accecante e di cieli invernali che bruciano in un solo istante, con l’ultima luce del giorno.                                                                                                                  

 

Silvio Livio Rossi

La mostra antologica di Silvio Livio Rossi, “La soglia inquieta della rappresentazione”, a cura di Elena Pontiggia, muove dal sentimento di riconoscenza di un figlio verso il padre, un desiderio di presentificare l’universo degli affetti legati a un profilo umano essenzialmente costitutivo della propria esistenza. Un trasporto emotivo che azzera le distanze e accomuna destini differenti ispirati a un’ideale comune di bellezza. L’indubbio fascino della referenza produce retromondi di senso che illuminano scene familiari dove la passione diventa “cifra” oggettiva di una condizione d’esistenza improntata alla rappresentazione della realtà. Fonte primigenia che solidifica in segni l’afflato dirompente dell’estro creativo; condizione generativa che dall’interiorità fluttuante varca la soglia della coscienza per sfociare nel delta delle inquietudini sociali, restituendo, in questa naturale propensione, sovrasensi indeterminati che arricchiscono la letteratura dei destini storici contemporanei. Una fiducia nel prossimo, dunque, attestata da colori performanti, sfumati da ottimistiche estensioni umorali, che disallontanano l’alterità percepita come verità del sacro aperta dall’ispirazione trascendente. A integrazione del progetto, durante il periodo espositivo, è prevista la presentazione dell’opera e della personalità dell’artista presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, aula magna, 10 dicembre 2019, ore 11,00. Intervengono: Filippo del Corno, Elena Pontiggia, Stefano Zuffi 

Lorenzo Valentino

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RITRATTI DELL’ANIMA

Riccardo Romigioli – Ritratti dell’anima

a cura di Alessandra Redaelli                                                 2 maggio – 15 giugno 2019

 

Riccardo Romigioli è uomo del nostro tempo, non solo agli antipodi rispetto a Messerschmidt per indole e carattere – nella sua risolta solarità – ma anche uomo che ha vissuto tutta l’arte del Novecento, dalle avanguardie alla Pop Art; arte scritta anche alla luce di quella che è stata la lunga epopea della psicanalisi da Freud a Jung e Lacan. Romigioli non vuole fare scultura satirica, men che meno satira politica come era nelle intenzioni di Daumier. E nemmeno gli interessa uno studio ossessivo sulle espressioni facciali. Tuttavia è proprio attraverso quelle, e con gli strumenti che questi artisti del passato hanno sperimentato, che arriva alla sua ironica e delicatissima galleria di ritratti psicologici. Se vogliamo, il punto di partenza è esattamente l’opposto rispetto a quello dei suoi due illustri precedenti. Non la somiglianza di un re tirannico o di un politico, e nemmeno la manifestazione del dolore. Il suo punto di partenza è l’urgenza del gesto creativo, così come è stato dalle avanguardie in poi – basti pensare a Jackson Pollock che si accanisce sulla tela gettata a terra o a Georg Baselitz che delinea le sue figure in furiosi colpi di pennello. Ma Riccardo Romigioli è un uomo avvezzo all’arte classica, alla bellezza, all’antico, alla grazia dell’armonia. Ecco che allora l’urgenza del gesto si lascia domare da un’innata padronanza della materia nel delineare una galleria di personaggi definiti, ma ricchi di sfumature psicologiche; identificati da un titolo che ci guida alla scoperta del soggetto. Il clown Carmelo è definito solo dal nome, ma a noi è chiaro fin da subito che si tratta di un bonaccione; esattamente come Rodolfo è un sognatore, un inguaribile romantico. Le guance scavate e l’espressione pensierosa aggiungono dettagli a un titolo che dice già moltissimo, Antica nobiltà; mentre Pisellino, non deve il suo ironico appellativo solo all’incarnato verdognolo: forse quello è lo spunto più evidente, ma lui è soprattutto un ragazzino timido, un po’ introverso, che ama stare per conto proprio e che forse si è guadagnato questo benevolo soprannome per quel suo carattere schivo. Si tratta di opere che vanno guardate prima con gli occhi dell’emozione, che vanno “incontrate” in un gioco di sguardi, e magari solo in un secondo momento associate a un titolo. Perché possiedono una capacità comunicativa che va oltre la definizione e che ci parla dritto al cuore, scatenando un riconoscimento immediato, una familiarità. Se l’espressione indagatrice e i capelli che salgono quasi a formare due corna attribuiscono all’Implacabile una sorta di crudeltà che si potrebbe assimilare all’intento caricaturale di Daumier, opere come Pazzo per la musica (dove l’uomo porta un violino proprio in cima alla testa) o Lo sparaballe (con quel naso a forma di tubo) rivelano tutta la grazia ironica squisitamente pop che Riccardo Romigioli sa dosare con sapienza nel suo lavoro. Figlia di una gioia di vivere che non è mai miopia verso la realtà di un mondo a tratti ostile, ma piuttosto la profonda saggezza di chi sa trovare nel sorriso la chiave per arrivare alla verità.

 

DIALOGHI DI MILANO


MARINA PREVITALI – DIALOGHI DI MILANO

 

a cura di Flaminio Gualdoni e Maurizio Cucchi

ideazione e organizzazione: Lorenzo Valentino
dal 15 novembre 2018 al 18 aprile 2019

 

Presentazione Dialoghi di Milano
Lorenzo Valentino

 

Platone è stato uno dei più attenti e profondi osservatori della polis. Ne ha studiato le leggi, ha prospettato le diverse forme di governo e ha posto a fondamento della convivenza civile l’idea del bene e del bello. Muovendo dalle feconde suggestioni che i Dialoghi ci hanno trasmesso intendiamo qui organizzare una serie d’interventi dedicati alla rappresentazione odierna della città di Milano; città che diventa quindi, nella sua complessa stratificazione di senso, il soggetto principe della manifestazione, con un’attenzione preminente sui valori che il Nostro ha posto a fondamento della polis e che ancora oggi troviamo vivi e attuali nella vita quotidiana della metropoli. L’idea della bellezza, trasversale all’intera produzione platonica, sarà declinata nelle voci plurali e contestuali al “fare, all’essere, al piacere, all’ispirazione poetica, all’amore, alla felicità, all’arte, al sacro, ecc”. L’articolazione per immagini e parole dei concetti fondamentali porterà al coinvolgimento delle più autorevoli personalità che la città esprime nei rispettivi ambiti di rappresentanza; la specificità dei loro interventi getterà immancabilmente nuova luce sul “non ancora detto” che la città dissimula nel suo rapporto di organica immedesimazione con le tematiche evidenziate. La manifestazione si completa con una mostra di pittura dell’artista Marina Previtali su Milano e si concluderà con una lettera dedicata alla città, scritta da parte dei più attenti e sensibili intellettuali che operano in Lombardia. In conclusione si può dire che la dimensione corale dell’evento rifletterà un impianto narrativo circolare che il corpo della città sarà certamente in grado di accogliere nel proprio universo di significati per avvalorare gli apporti delle differenti e qualificate presenze testimoniali riferendole a un contesto di verità socialmente determinata. E’ prevista la pubblicazione degli interventi.


CALENDARIO EVENTI   2018 – 2019

22 novembre 2018, ore 18.30
Urban Sceneries – Milano, FLAMINIO GUALDONI. Storico dell’arte

29 novembre 2018, ore 18.30
Collezionismo e mercato dell’arte, GIUSEPPE IANNACCONE, MIMMO DI MARZIO, ANTONIO ADDAMIANO. Collezionista-Artista Giornalista Il Giornale-Gallerista

1 dicembre 2018, ore 18.30
Dieci cose da sapere sull’arte contemporanea, ALESSANDRA REDAELLI, LOREDANA GALANTE. Critico d’arte-Artista. Presentazione libro con piccolo concerto

13 dicembre 2018, ore 18.30
Arte e Natale a Milano, STEFANO ZUFFI. Storico dell’arte

15 dicembre 2018, ore 18.30
Parole in silenzio e scagliole, FLORIANA SPALLA. Storico dell’arte. Presentazione libro con piccolo concerto

17 gennaio 2019, ore 18.30
I non luoghi del culto e della bellezza, ANGELO CRESPI, LUIGI MASCHERONI. Scrittore-Giornalista Il Giornale

24 gennaio 2019, ore 18.30
Comporre Milano, FILIPPO DEL CORNO, MAURIZIO CUCCHI, GIACOMO MANZONI. Assessore alla Cultura del Comune di Milano-Poeta-Compositore

31 gennaio 2019, ore 18.30
Comicità e opera, ROBERTO BRIVIO, ENRICO BERUSCHI. Chansonniers

7 febbraio 2019, ore 18.30
“La lettura” del quotidiano, GIANLUIGI COLIN, GIANGIACOMO SCHIAVI. Artista-Giornalista Corriere della Sera

14 febbraio 2019, ore 18.30
Arte e dintorni…, SEBASTIANO GRASSO, MAURIZIO CUCCHI. Giornalista Corriere della Sera-Poeta

21 febbraio 2019, ore 18.30
Fatti di lettere, ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI, MAURIZIO CUCCHI. Giornalista Corriere della Sera-Poeta

28 febbraio 2019, ore 18.30
Milano tra arte e architettura, ELENA PONTIGGIA, NICOLETTA COLOMBO, ROBERTO DULIO. Storico dell’arte-Collezionista-Architetto

14 marzo 2019, ore 18.30
Abitare il design, UGO LA PIETRA, FLAMINIO GUALDONI. Architetto Designer-Storico dell’arte

21 marzo 2019, ore 18.30
Il desiderio della città, SILVANO PETROSINO, MAURO MAGATTI. Filosofo-Antropologo

28 marzo 2019, ore 18.30
Scene teatrali e architetture metropolitane, ITALO ROTA. Architetto

4 aprile 2019, ore 18.30
Il cuore sportivo di Milano, EVARISTO BECCALOSSI, GIOVANNI LODETTI, MAURIZIO CUCCHI. Calciatori-Poeta

18 aprile 2019, ore 18.30
Il bosco in città, STEFANO BOERI. Architetto

 

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URBANITA’ LIQUIDE


URBANITA’ LIQUIDE

a cura di Maurizio Cucchi
3 maggio – 23 giugno 2018

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L’ironia brillante, il gioco dei fiori, la plastica vistosità del corpo femminile e dei colori di Denise Orrù, ci invitano a un piacevole confronto, al conforto di un gioco accattivante e vivace, a fronte del passaggio di ombre e di classiche parvenze sottili, colte in movimento. Lacerazioni anonime di un realtà forse urbana in disfacimento o come in abbandono, tra muri, oggetti, finestre rese opache incontriamo nel rigore morale dei racconti di Enzo Montagna, mentre Adriana Danza ci stupisce con una immagine dove il colore e la materia si sfilacciano verso un alto verosimilmente irraggiungibile e oltre la parvenza fisica di un vuoto. La varietà, così energica, così a contrasto, delle fiere figure di Ermanno Poletti, dal Cristo alla tigre, ci conducono verso un ulteriore teatro dell’immaginazione che muove la nostra curiosità, la nostra utile, provvidenziale meraviglia, mentre le zone equoree, di Filippo Massaro agitano un mondo di umani e animali in vibrazioni grige e azzurre nella sfera terrestre, tra eleganza dei movimenti e dirompere o oscurarsi della natura in un composito blu cupo. In posizione opposta ecco invece Francesco Vanzaghi, con i suoi volti cupi o ambigui, realizzati in una millimetrica esattezza iperrealistica e in una specie di tripudio cromatico volutamente ingannevole. Colori forti sono anche quelli che ci propone, nella sua raffinatezza, Francesco Zavatta, nell’enegia affascinante e instabile dei suoi paesaggi, quasi scossi o spazzati da forti ondulazioni interne, o dello sguardo, o sismiche. E i bestioni di Iole Oliva? O quegli animaletti che sembrano poi riassunti in un labirintico territorio che li accoglie e annienta nella loro innocente presenza, nella vacuità dei loro occhi? Sembrano quasi immobilizzati, ripresi e stilizzati nelle forme di Letizia Taliani, come se in lei la vivacità animale si fosse fossilizzata nelle linee essenziali, materiche, di un remoto ricordo che pure continua ad agire nella coscienza. Racconti di delicate soste, di semplici affetti, umani e animali, leggiamo in Francesca Marzorati, che quasi ci invita a muovere la nostra immaginazione oltre la nitida superficie delle immagini per coglierne il seguito, il sottinteso, o il motivo che è all’origine di quelle scene, a tratti persino fiabesche. Le aleatorie forme di Massimo Barlettani, invece, o al contrario, sembrano volersi sottrarre a una precisa identificazione, affidandosi, in questo senso, solo all’evidenza del colore, anche se a volte non possono sottrarsi a una pur discreta riconoscibilità da parte di chi osserva. Commedie assurde, o metafisiche, allestisce Paolo Borile, come invitandoci a partecipare, a entrare in quelle vuote cornici, o a passeggiare e correre in quelle vastissime fughe di sale. Forse come l’apparizione inquadrata di quel bimbo sulla spiaggia in un contesto di alberi stecchi e gelati. Roberto Fontanella si muove invece affidandosi a un’esattezza geometrica di contrasti netti. Netti, sì, eppure sottilmente increspati, e dunque internamente, sebbene lievemente, scossi, indicandoci significati precisi, che toccherà all’interlocutore scegliere se prendere alla lettera o solo interpretare, liberamente. Le grandi e insieme sottili macchine di una realtà turbata di Valentina Ceci costituiscono infine un ultimo ambiente, cosparso di volatili scorie, un paesaggio che vorremmo anche noi percorrere, meglio conoscere, ma che forse sarà prudente evitare, come ci suggerisce la vista di quegli uccelli accanto a un volto (l’autrice?) che parrebbe rivolgersi con uno sguardo di beffarda sfida.

Maurizio Cucchi