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GIULIO IACCHETTI

UOVA NUOVE
ovvero progettare l’improgettabile
 
Inaugurazione  mostra 9 giugno, ore 18.30 con la partecipazione di Enzo Iacchetti.
 
Esposizione dal 6 al 12 giugno 2022

 

 

 

In mostra una collezione di dodici uova ospitate in nidi di rami intrecciati. Le loro forme organiche prendono strane derive sia in termini di dimensioni, di strani profili, di segni che solo apparentemente possono aderire allo scopo.

Dice il designer Giulio Iacchetti: “Le uova mi sono sempre piaciute, e non solo a
tavola…mi piaceva giusto per capirsi, anche l’uovo di legno utile per rammendare le calze. Forse sono attratto dalla sua forma perfetta e definitiva (benchè fatta con
il culo come diceva Bruno Munari). Le uova mi prendono a tal punto che qualche tempo fa ho provato a disegnarne di nuove”.

Il designer invita lo spettatore a immaginare quale tipo di volatile, rettile, anfibio
di fantasia le abbia deposte, così da una storia ne nascono altre dieci, dilatando i
confini dell’immaginazione. A completare la mostra un video di Enzo Iacchetti, nel ruolo di fantaetologo esperto in ovologia.

In occasione dell’inaugurazione ci sarà in presenza lo straordinario Enzo Iacchetti che dal vivo, analizzerà le uova, ne spiegherà l’origine e ciò che nascerà dallo loro improbabile schiusa.

La manifestazione rientra nell’ambito della programmazione del Fuori Salone del Mobile. Per tale occasione gli orari di apertura al pubblico saranno i seguenti: lunedì-venerdì 16.00 – 19.30      sabato 10.00 – 19.30

L’evento è sponsorizzato da Azienda Agricola ALMA snc. 
Seguirà rinfresco

 

 

FEDERICO MAGGIONI

MILANO E I LUOGHI DELLA FANTASIA

Inaugurazione  mostra (10 marzo 2022) con presentazione di Ferruccio De Bortoli.  Finissage mostra Federico Maggioni in dialogo con Luca Crovi (scrittore, giornalista), Vera Minazzi e Pietro Corraini (editori).

Fino al 15 aprile 2022

 

Le illustrazioni di Federico Maggioni esprimono la forza eruttiva e la magia del disincanto insieme combinate alla trepidazione coloristica della forma. Gli ambienti esotici, carichi di primitiva sensualità, avvolti da morbidi e ipnotici colori (Cose turche), i personaggi inquieti, inseriti in trame psicologiche intricate, si alternano sulla scena sociale, nell’ambiguità plastica ed evanescente, a oscure macchiette  animate dall’irriducibile desiderio di rivolta (I promessi sposi, Jaca Book Edizioni). Suoni, figure dell’immaginario, sentimenti stoccati dal patimento della solitudine, umanità incomprese ma appassionate (Rigoletto), forniscono a Maggioni lo spunto per illustrare il volto di una città icasticamente orientata a rappresentare un’interiorità precipitata, ormai indistinta sui margini di un abisso privo di centro. Il gesto inceppato dell’ombra che dilania il movimento, l’ironia spavalda e consigliera conferiscono al suo stile un tratto personalissimo di straniamento esaltato dal filtro ipnotico dell’interpretazione. Federico Maggioni è senz’altro uno dei più autorevoli illustratori del nostro tempo; la sua personalità, carica di umanissima comprensione, lo porta a sostenere la semplicità dei valori e l’entusiasmo dell’umile sognatore senza tempo.      Ingresso Libero.

GIOVANNI ZUFFI

CONFINI DI SMARRIMENTO

a cura di Lorenzo Valentino

20 gennaio – 15 febbraio 2022

 

Le sculture di Giovanni Zuffi esercitano un’attrazione irresistibile e rimandano ad una dolorosa quanto prorompente quotidianità per raccontare i fragili confini del proprio smarrimento. L’intero corpo delle opere configura l’assenza di prospettive e annuncia una destinale promessa d’accoglienza nello spazio autentico della diversità. Una materia, quella della cartapesta, che sfugge la sua essenza effimera per raccontare le vie di utilizzo nel sacro che sono anche le condizioni sofferte dell’esistenza.

L’ingresso è autorizzato solo con green pass; obbligatorio l’uso della mascherina. INGRESSO LIBERO. 

Palazzo Reale


 
 

PALAZZO REALE  Piazza Duomo 14, Milano, Sala Conferenze, 3° piano
Presentazione libro LETTERA A MILANO, Jaca Book Edizioni
Opere di MARINA PREVITALI
giovedì 2 dicembre 2021, ore 17.30

 

Il libro Lettera a Milano è un evento straordinario per il capoluogo lombardo, frutto dell’intelligenza socialmente combinata, con cinquantadue lettere scritte da personalità autorevoli e rappresentative delle diverse professioni presenti sul territorio. L’intero corpo di scritti è accompagnato dalle opere monografiche su Milano dell’artista Marina Previtali, olii su tela di grandi dimensioni.

La città si presenta con voce singolare plurale, indicativa di uno status esistenziale, aperta al confronto critico e coralmente impegnata a produrre un universo di senso che non tradisce il fascino della narrazione condivisa. Voci di un teatro interiore agitato dal vento dell’accoglienza e della responsabilità sociale.

E’ la Milano dei tanti quartieri, brulicanti di vita, in un’attesa interrogante che domanda ascolto; delle periferie movimentate da un’umanità colorata ma prive di una personale connotazione identitaria e in dialogo continuo con un centro ormai disamorato della socialità. E’ la Milano che s’immedesima organicamente con i suoi luoghi simbolo: il Conservatorio Giuseppe Verdi, l’Accademia di Brera, la magia di San Siro e le nuove torri che hanno ridisegnato lo skyline di Milano del terzo millennio.

Lettera a Milano è un’opera collettiva di scrittura svolta lungo linee di intersezione narrativa che nell’intreccio circolare ha generato percorsi di lettura orientati a disvelare la bellezza del volto di Milano e il suo carattere eticamente teso a rappresentare una letteratura di destini riferita a un contesto di verità storicamente determinato.

 

Saluti istituzionali: Tommaso SACCHI – Assessore alla Cultura del Comune di Milano.
INTERVENGONO: Domenico PIRAINA – Direttore Palazzo Reale.
Marco CARMINATI – Vice Direttore del Sole 24 ore.
Angelo CRESPI – Consigliere Fondazione ADI, Piccolo Teatro, Triennale.
Maurizio CUCCHI – Poeta.
Vera MINAZZI e Sante BAGNOLI – Editori.
Davide OLDANI – Chef internazionale.
Italo ROTA – Architetto, designer.
Kelly RUSSELL CATELLA – Menaging Director Fondazione Riccardo Catella.
Lorenzo VALENTINO – Gallerista, scrittore.
Stefano ZUFFI – Storico dell’Arte.

 

Lettera a Milano

Il volume Lettera a Milano è un evento straordinario per il capoluogo lombardo, frutto dell’intelligenza socialmente combinata, con 52 lettere scritte da personalità illustri, rappresentative dei diversi ambiti professionali e di umanissima profondità narrativa. E’ la Milano dei quartieri, delle periferie, dei luoghi simbolo…compresenza di energie produttive che aprono l’orizzonte sociale delle relazioni e arricchiscono la sfera del linguaggio urbano. Intervengono: Angelo Crespi, Maurizio Cucchi, Franco Guidi, Gianni Maimeri, Alessandra Redaelli, Andree Ruth Shammah, Lorenzo Valentino

Presentazione libro – Opere di Marina Previtali                                                     
giovedì 14 ottobre 2021, ore 18.00                                                                               
ADI Design Museum, P.za Compasso d’Oro,1 Milano

COSTANZA SATTA

 

 

IL CORPO CROMATICO

a cura di Vera Agosti

6 maggio – 12 giugno 2021

 


Il colore ha un corpo. Può avere una consistenza pastosa e materica o può essere lieve e delicato. Che cosa succede, invece, quando il corpo ha i colori? Costanza Satta, che ama, all’occorrenza, sia il pennello, la spatola, sia l’utilizzo delle proprie mani, indaga questo interrogativo nella sua ricerca artistica. Il corpo, per lei inteso e vissuto come forma primaria, da cui scaturisce tutta la sua narrazione e la sua simbologia, è frantumato e parcellizzato, in più tinte perfette e bidimensionali. L’operazione richiama prassi cubiste e futuriste, per cui si elaborano una sfaccettatura e una scomposizione che analizzano l’oggetto nei suoi molteplici aspetti, pur conservando la purezza dei confini della sua silhouette. I colori caldi, giallo, arancio, rosso, o freddi, verde, blu, grigio, nero (Sopraelevazione, Orizzonte circolare, Esercizio, 2021) sono ridotti e naturalmente conferiscono il timbro e il tono dell’opera, sempre costruita con rigoroso equilibrio, attenzione per le proporzioni e studio dei pieni e dei vuoti. Ogni lavoro nasce da un disegno preparatorio e da una minuziosa analisi del colore e degli abbinamenti cromatici, che tuttavia non annulla la preferenza istintiva. L’opera Vicinanza del 2020 diventa uno splendido caleidoscopio, che richiama il rosone circolare di una Chiesa. I corpi di Costanza Satta, manichini senza identità di dechirichiana memoria, o volti anonimi nella loro misurata umanità, compendio di uno, nessuno e centomila visi, subiscono un’evoluzione verso il colore e l’astrazione geometrica, per cui il medesimo soggetto conosce più versioni differenti, spesso pressoché parallele nel tempo. Non esistono ombre e prospettiva in un desiderio di semplificazione, in cui i dettagli spariscono. L’amore e lo studio della matematica, che hanno sempre accompagnato l’artista, la portano a una tensione verso forme essenziali e geometriche. Questo processo di geometrizzazione tocca felicemente anche le nature morte o i paesaggi delle isole Eolie, che sono fonte di ispirazione. Le prime tele raffiguravano un solo soggetto principale, dai volumi poderosi, ed erano calate nell’eleganza del bianco e nero, come se il colore fosse troppo invadente e potesse distrarre dal contenuto della ricerca stessa. Alla base della poetica dell’artista, infatti, sta una visione olistica e taoista della vita, che la spinge a porsi i grandi interrogativi dell’esistenza, per cui una forma complessa non è data soltanto dalla somma delle sue parti più semplici, ma necessita di armonia. Fedele ai soggetti che sono gli inseparabili compagni del suo percorso e del suo fare artistico, la Satta tratta e sviluppa numerosi temi: l’eterno femminino (Perfezione al femminile), la donna angelo, la comunità, la solidarietà, il lavoro (Aratro a traino, 2015), l’amore (Affinità, Intimità), la maternità (Attesa) fino alla recente indagine sulle folle e le migrazioni. Non manca il riferimento alla mitologia classica con La danza di Pegaso. In Spirito di gruppo, la luce simbolica della speranza o della conoscenza rischiara i visi di un’umanità corale e raccolta. Nelle tele Migrazioni, Corpi stipati e Porto accoglienza del 2021 possiamo scorgere la prua di una nave occupata da una moltitudine di persone o ancora stive brulicanti di uomini e mani e mani che cercano salvezza. Sono anche gli androidi flessuosi di Mark Kostabi, senza volto e senza tempo, pop e surreali. Se gli omini bianchi dell’autore americano di origine estone osservano il mondo e le situazioni con disincanto e un pizzico di ironia, pur raccontando storie di solitudine e smarrimento, nei protagonisti della Satta è sempre presente una componente drammatica, data dal movimento e dalla torsione dei corpi, talvolta dalle espressioni dei visi e dalle scelte cromatiche. Pathos e pietas sono il motore del suo agire artistico. E’ un simulacro dell’umanità, che nell’assembramento (Maschera di corpi assembrati, Punto concentrico, 2021), tanto negato dalla pandemia che abbiamo conosciuto, trova invece per l’autrice la sua ragion d’essere e la sua principale fonte di esistenza. L’uomo è con gli altri e per gli altri. Non esiste individualismo, ma tutti sono nella stessa medesima fragile condizione, intrappolati nei confini di un quadro o su questa Terra. Aiutiamoci, diamoci una mano, perché il passaggio sia più lieve e felice. In questo momento storico particolare e difficile che il mondo sta vivendo, l’opera della Satta acquista una caratterizzazione empatica e simbolica di grande interesse. Oggi più che mai ne abbiamo bisogno per riscoprirci profondamente umani.

 

 

Le stagioni del risveglio

30 gennaio – 27 febbraio 2021

 

La mostra  nasce come provocazione a uno stato di emergenza etica e intende esplorare i sentieri umorali delle stagioni che si presentano invece come caratterizzazioni psicologiche legate al clima vivace e dinamico delle relazioni sociali. Alla visione crepuscolare dei lavori di Yoon Si Young si accostano i grigi invernali di Daniele Cestari per risolvere la trama del confronto nei colori accesi e primaverili di Marina Previtali. La successione del tempo si lascia guidare dunque dalle profondità evocative dei puri sentimenti che invitano il colore a vigilare sulla realtà critica, al risveglio della coscienza di fronte al nulla.

TARIK BERBER

 

SEVEN SISTERS

a cura di Andrea Dusio

15 ottobre – 21 novembre 2020

Il Riccardo III. Murder in the Cathedral, e le sue edizioni economiche con la cover rossa e nera. Il remake di “Suspiria” di Luca Guadagnino, e le musiche che ha preparato   Tom Yorke per il film, immerse in bicromie di colori fluo. Sono queste le suggestioni che accompagnano la visione dei teleri di “Seven Sisters”, ispirati al sobborgo di Tottenham prossimo a Victoria Lane, dove esiste un antico anello di piante storiche, forse risalente addirittura ai Celti, di certo riportato in una mappa del 1619, e dunque conosciuto per lo meno dall’inizio dell’età moderna. Pochi anni dopo lo storico William Bedwell riporta la notizia dell’esistenza in quel luogo di un antico noce, circondato da una serie di olmi, ciascuno dei quali sarebbe stato piantato in memoria delle sette sorelle, o forse delle sette figlie di Robert the Bruce, proprietario dei terreni nel XIV secolo. Il noce sembra sia stato tagliato nel corso del XVIII secolo, e quando a metà Ottocento venne creata l’arteria di collegamento tra Tottenham e Camden Road la sì chiamò Seven Sisters Road. Fu poi la volta della stazione dei treni e di quella della metropolitana, a consolidare il toponimo nella memoria dei londinesi. Le sette piante sono state rinnovate più volte, l’ultima nel 1996, quando a ripiantarle furono cinque famiglie locali, ciascuna delle quali aveva sette figlie. La ricchissima simbologia del numero sette, esistente anche prima delle grandi religioni politeiste, che l’hanno accolta e rielaborata, all’interno della nostra cultura laica rappresenta soprattutto il compimento o l’esaurimento di un ciclo. La personale di Tarik Berber coincide con il settimo inverno dal suo arrivo a Londra e con il primo trascorso a Milano, dove si è trasferito con l’intento di allacciare nuovi rapporti con il sistema locale dell’arte e di misurarsi con un contesto meno frammentario e vorticoso di quello londinese, “Seven Sisters” è a oggi il lavoro più ambizioso del pittore bosniaco. È per molto versi una serie dedicata al paesaggio, anche se l’alternarsi di figure femminili e maschili costituisce l’elemento iconico e narrativo ricorrente da un dipinto all’altro. Parlo di paesaggio e penso ad Albrecht Altdorfer e agli illustratori dei  Tacuina Sanitatis, alla sapienza botanica dei maestri tardo gotici e dei miniatori ricordati da Johan Huizinga ne “L’autunno del Medioevo”, ai disegnatori che accompagnavano le esplorazioni di Alexander von Humboldt e alle composizioni di Joris Hoefnagel. Tarik ha più a che vedere con ciascuno di essi che con la maniera di reinventare la pittura di paesaggio dei maestri contemporanei, da Morlotti al già citato Schifano. E la ragione di questa ascendenza lontana è nel modo in cui costruisce le immagini di straordinaria densità di queste tele, partendo da una serie di disegni che abbiamo deciso di esporre all’inizio della mostra, dai quali proviene la straordinaria texture grafica di queste tele, che si situano davvero a un punto d’intersezione sino a oggi inedito tra esplorazione di una maniera di reinventare l’incisione e pittura. Credo che molti di coloro che vedranno queste opere si soffermeranno soprattutto sullo scorrere sulle pareti del MAC di un formidabile fiume rosso, cercando di cogliere i cambiamenti continui del colore, che fanno pensare a una trasmutazione alchemica, e mi ricordano un testo cinematografico squisitamente consonante a questa mostra, quel “Cuore di Vetro” di Werner Herzog in cui un maestro vetraio perde il senno per arrivare al segreto del color rubino (e intanto ripenso alla meravigliosa monografica sui vetri degli Asburgo e degli Strasser vista a Schloss Ambras due estati fa). Ma se l’intensità e la modulazione tonale del colore colgono il carattere meditativo di questa produzione, realizzata per lo più a Zadar nel luglio/agosto del 2019, chi si avvicinerà alle opere, che in qualche caso abbiamo provato a comporre nei modi degli antichi polittici, tra “pala” centrale e scomparti laterali, potrà perdersi nell’osservazione lenticolare delle macchie di vegetazione, in cui ricorre la memoria di quei bassi arbusti tra cui giocava Tarik da bambino, e che lasciano attaccate agli abiti le loro inflorescenze, così che i bambini, lontano dalle madri, devono staccarle da soli una a una prima di tornare a casa la sera. È dunque la “Madonna del Krs” a rappresentare il cuore di questo ciclo, che porta il nome di un luogo londinese, ma è stato concepito nell’infuocata estate della Dalmazia, e comincia da quest’indimenticabile rosso, per come ci può apparire in una giornata di luce abbacinante, e termina con il “Il giovane Proust  osserva un quadro di Giovanni Bellini”, che è quasi un innesto figurativo di “Pop is not dead” nella cromia di “Seven Sisters”, a segnare la contiguità tra le due serie. Quell’estate contiene la memoria di sei inverni, e ho chiesto ad Alice Barale, studiosa di estetica che si è occupata di Warburg e di Benjamin, e che ha scritto della Melencolia di  Dürer, di dedicare un approfondimento al mood brumoso e malinconico che attraversa queste tele, e che a me le fanno sembrare il compimento di un periglioso Winterreise, che Tarik ha percorso senza cedimenti, marciando sotto la neve con la tempra di uno dei due ussari scavezzacollo che si sfidano ne “I duellanti”, mantenendo la sua fede nell’intensità e nella purezza dell’esperienza della pittura, come l’unico corpo a corpo con la vita e con la realtà possibile per un artista, mettendosi totalmente al servizio del colore, sino a concepire il disegno come una sorta di ricamo di precisione infinitesimale che si riconosce sotto le coltri dei suoi rossi, di sole accecante e di cieli invernali che bruciano in un solo istante, con l’ultima luce del giorno.                                                                                                                  

 

Silvio Livio Rossi

La mostra antologica di Silvio Livio Rossi, “La soglia inquieta della rappresentazione”, a cura di Elena Pontiggia, muove dal sentimento di riconoscenza di un figlio verso il padre, un desiderio di presentificare l’universo degli affetti legati a un profilo umano essenzialmente costitutivo della propria esistenza. Un trasporto emotivo che azzera le distanze e accomuna destini differenti ispirati a un’ideale comune di bellezza. L’indubbio fascino della referenza produce retromondi di senso che illuminano scene familiari dove la passione diventa “cifra” oggettiva di una condizione d’esistenza improntata alla rappresentazione della realtà. Fonte primigenia che solidifica in segni l’afflato dirompente dell’estro creativo; condizione generativa che dall’interiorità fluttuante varca la soglia della coscienza per sfociare nel delta delle inquietudini sociali, restituendo, in questa naturale propensione, sovrasensi indeterminati che arricchiscono la letteratura dei destini storici contemporanei. Una fiducia nel prossimo, dunque, attestata da colori performanti, sfumati da ottimistiche estensioni umorali, che disallontanano l’alterità percepita come verità del sacro aperta dall’ispirazione trascendente. A integrazione del progetto, durante il periodo espositivo, è prevista la presentazione dell’opera e della personalità dell’artista presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, aula magna, 10 dicembre 2019, ore 11,00. Intervengono: Filippo del Corno, Elena Pontiggia, Stefano Zuffi 

Lorenzo Valentino

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